MY KIND OF TOWN (CHICAGO IS)

La figura del giornalista investigativo, moderno cavaliere errante che solitario e malinconico combatte la corruzione e il malcostume, è un archetipo tramandato al grande pubblico da decenni di tradizione letteraria e cinematografica americana. Metà detective e metà reporter, il giornalista investigativo della fiction resta, per certi versi, una figure carica di significati ambigui. Mentre, infatti, il private eye di pura discendenza hard-boiled è, salvo rari casi, un personaggio ai margini o all’esterno della società in cui si trova a indagare, il giornalista investigativo agisce dall’interno del sistema, scoperchiando nidi di vipere e riportando l’ordine nelle istituzioni (con una particolare predilezione per le amministrazioni locali: la corruzione cittadina è un vero cavallo di battaglia della Scuola dei Duri, da Red Harvest di Hammett in giù); a status quo ristabilito, i lettori e gli spettatori non possono che essere soddisfatti, rassicurati come sono di vivere – pur con tutti i suoi difetti – nel migliore dei mondi possibili.

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A questa filosofia si ispirano, tanto per fare un esempio, i numerosi romanzi di uno scrittore molto popolare ai suoi tempi, anche in Italia, ma oggi quasi completamente dimenticato, come George Harmon Coxe (1901-1984), creatore di due giornalisti investigativi (anzi, fotoreporter investigativi) come «Flashgun» Casey e Kent Murdock. Un hard-boiled moderato, per intendersi, anche se Casey era nato nel 1934 nientemeno che sulle pagine della rivista Black Mask e proprio per questo apprezzato dal grande pubblico, tanto da ispirare una serie radiofonica, Casey, Crime Photographer, che la CBS poté tenere in vita dal 1945 al 1955. Chi, invece, non aveva il benché minimo intento consolatorio era Horace McCoy, che già nel 1937 con No Pockets in a Shroud (Il sudario non ha tasche) licenzia uno dei capolavori del genere, il cui protagonista, un giornalista investigativo tutto d’un pezzo, arriva al punto di fondare un proprio settimanale per combattere la corruzione imperante, e dove lo happy end non è così scontato come dovrebbe.

A differenza di tutti questi autori, Jonathan Latimer il cronista investigativo l’ha fatto davvero, e in un luogo – la Chicago degli anni Trenta – che ha finito per diventare il paradigma della «città del crimine». Chicago ha una lunga tradizione di giornalismo d’assalto, e ha ospitato alcuni tra i più importanti quotidiani statunitensi che hanno fatto della moralizzazione della vita pubblica un cardine: il Chicago Tribune, il Chicago Daily News e il ben più battagliero Chicago Sun-Times. Tutti e tre, in decenni diversi, hanno pubblicato i ferocissimi articoli di Mike Royko (1932-1997), uno dei più grandi columnists della storia del giornalismo americano, l’epitome del cronista d’assalto che non guarda in faccia a nessuno, tanto meno al potere costituito. Royko, grazie alle sue intransigenti battaglie per la trasparenza dell’amministrazione di Chicago (e al suo libro Boss, un impietoso ritratto del sistema di potere messo in piedi dal sindaco Richard J. Daley), ha goduto di così vasta popolarità da aver ispirato il personaggio, per certi versi analogo, del giornalista Ernie Souchak, interpretato da John Belushi nel film Continental Divide (Chiamatemi aquila, 1982). E, a differenza di Royko, che ha concluso la sua carriera al Tribune, è nello stesso quotidiano (dopo un breve passaggio allo Herald-Examiner) che Jonathan Latimer ha iniziato la sua attività giornalistica, la prima delle tante carriere che lo hanno impegnato per tutta la vita.

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Era nato proprio a Chicago, nell’ottobre 1906, da una famiglia di antiche origini; aveva studiato dapprima in Arizona, per poi rientrare in Illinois e laurearsi al Knox College nel 1929. Subito dopo la laurea, il Chicago Herald-Examiner lo aveva assunto come cronista di nera, e il giovane Latimer si era ben presto specializzato nel raccontare il sottobosco gangsteristico di cui la Chicago dell’epoca era ricca. In breve tempo aveva così avuto modo di conoscere la maggior parte dei pericoli pubblici della città, compreso Al Capone. Tanta era la sua facilità con la macchina per scrivere, e l’efficacia del suo stile giornalistico, che ben presto a Latimer – passato nel frattempo al Chicago Tribune – venne affidato l’incarico di riscrivere, quando necessario, i pezzi dei suoi colleghi. In una di queste occasioni, la riscrittura di un articolo sul segretario di Stato Harold Ickes gli aprì le porte del ministero dell’Interno. Latimer fu così assunto dal Dipartimento di Stato e passò sette anni buoni, fino al 1940, a scrivere i discorsi dello stesso Ickes e di tanti alti papaveri della politica.

Nel 1935, con Headed for a Hearse, Latimer si dedica a una nuova carriera, quella di scrittore hard-boiled, nel corso della quale produce otto romanzi fino al 1941 e poi, dopo l’interruzione della Guerra (trascorsa in Marina, dal 1942 al 1945), altri due libri, nel 1955 e nel 1959. Nel 1939 Latimer inizia anche l’attività di sceneggiatore cinematografico, che gli porterà fama e buoni guadagni; quando interromperà i rapporti con il cinema, nel 1958, per dedicarsi alla televisione, avrà al suo attivo ben 21 sceneggiature. Per la televisione Latimer firma soggetti e sceneggiature di alcune serie di vasta popolarità come Markham, con Ray Milland (1959, 10 episodi), Checkmate, con Anthony George e Doug McClure, (1959, insieme a un incredibile team di scrittori di talento come Eric Ambler, Howard Browne, Leigh Brackett, Douglas Heyes, James Gunn, William P. McGivern e Steve Fisher), Perry Mason, con Raymond Burr (1960-65, ben 31, forse addirittura 45 episodi) e Hong Kong, con Rod Taylor (1960, 5 episodi).

L’ultima fatica di Jonathan Latimer è The Greenhouse Jungle (1972), un episodio di Columbo, con Peter Falk (in italiano, Il terzo proiettile), dove si trova ancora una volta riunito a Ray Milland, uno degli attori che più hanno lavorato con lui. Nel 1973 Latimer, che dai primi anni Quaranta si era trasferito a La Jolla, in California, occasionale compagno di tennis e vicino di casa di Raymond Chandler, decide di ritirarsi da ogni attività letteraria e cinematografica. Inveterato tabagista, muore di cancro ai polmoni il 23 giugno 1983.

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Questa la succinta biografia di Latimer. Una vita interamente dedicata alla scrittura, ma ancor più alla riscrittura. Come aveva imparato a fare sin da giovane, difatti, il Nostro trascorre gran parte delle sue diverse carriere letterarie a smontare e ricomporre testi altrui: dagli articoli di giornale dei suoi colleghi dello Herald-Examiner alla stesura dei discorsi del politico Ickes, dalla sceneggiatura di molti capolavori del noir alla riduzione televisiva dei legal thrillers di Perry Mason. In maniera ancor più evidente, poi, questo accade nell’ambito della sua stessa attività di romanziere; se nella serie di Bill Crane si applica a parodiare una certa Scuola dei Duri che, a suo avviso, si prendeva troppo sul serio, in altri romanzi Latimer può sconcertare per l’incredibile faccia tosta con cui si appropria di situazioni, elementi e dialoghi di altri grandi autori dell’epoca. Insomma, per usare un termine musicale, Latimer è un arrangiatore.

Alcuni esempi. Quello che per anni è stato considerato il romanzo «proibito» di Latimer, Solomon’s Vineyard (La vigna di Salomone, 1941), ha un’impressionante somiglianza (anche nella versione «politicamente corretta» e leggermente censurata che uscì negli Usa nel 1947 come The Fifth Grave) con Red Harvest di Dashiell Hammett, a partire dalla figura del grasso investigatore privato – qui Karl Craven, là il Continental Op – che cerca di ripulire dalla corruzione una cittadina del Midwest. Per inciso, tanto per complicare le cose, Latimer cannibalizza anche una cospicua fetta di The Maltese Falcon (e precisamente l’omicidio del socio di Craven). Ancora: il romanzo d’ambientazione africana Dark Memory (L’avventura nera, 1940) ripercorre in larga parte, safari compresi e senza troppi problemi, Green Hills of Africa di Ernest Hemingway, uscito appena pochi anni prima. Sinners and Shrouds (1955, in italiano Peccatori e sudari), forse il libro più riuscito di Latimer, è una variazione, nemmeno troppo mascherata, di The Big Clock di Kenneth Fearing; opera sulla quale, evidentemente, Latimer sentiva di avere una certa autorità, avendo sceneggiato lui la magnifica riduzione cinematografica diretta da John Farrow nel 1948. In The Lady in the Morgue, poi, interi passaggi sono asportati di peso da – ancora! – The Maltese Falcon.

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Già, Hammett. Croce e delizia, a quanto sembra, del Nostro, il creatore di Sam Spade ha sicuramente rappresentato un elemento importante nella decisione del giovane Latimer di diventare un romanziere hard-boiled. Se da una parte è comprensibile che Hammett fosse per Latimer un modello da seguire, non solo per le sue innovative doti letterarie ma anche per le sue passate esperienze d’investigatore privato, d’altro canto Spade, per Latimer, se la tirava un po’ troppo, era «a pretty deadly serious guy». Da qui alla parodia (affettuosa, s’intende) il passo è breve, e la pubblicazione di The Thin Man (L’uomo ombra, 1934), ultimo romanzo di Hammett, dalle venature ben più leggère dei precedenti lavori, non fa che accelerare la nuova carriera di Latimer. Nasce così, nel 1935, la serie dedicata a William (Bill) Crane, investigatore privato di Chicago alle dipendenze di un’agenzia newyorkese diretta da un certo colonnello Black, serie che si esaurisce per volontà (e noia) dell’irrequieto autore dopo appena quattro anni e cinque romanzi.

Cinque romanzi che sono a ogni modo sufficienti a collocare Bill Crane tra le figure più riuscite della narrativa poliziesca americana, e fanno prendere in seria considerazione la candidatura di Latimer ad autore più rappresentativo dell’hard-boiled anni Trenta, così come Hammett aveva caratterizzato il decennio precedente e Chandler segnerà a fuoco il successivo. A distanza di oltre sessant’anni, infatti, i romanzi della serie di Bill Crane non mostrano una ruga. Merito, certo, dell’entusiasmo che si respira a ogni pagina, e merito in particulare delle grandi doti di scrittura (riscrittura?) del Nostro. Sotto la dura superficie delle scazzottate, delle sbronze colossali, dei gangster, dei cadaveri che scappano in macchina per tutta Chicago, Latimer riesce a confezionare intrecci di una certa accuratezza artigianale, lasciando intendere che sì, anche nel giallo classico avrebbe avuto le sue brave carte da giocare. Il coriaceo appassionato di hard-boiled che affronta la lettura della serie di Crane avrà il piacere, come nulla fosse, di imbattersi in ben due delitti di camera chiusa (in The Dead Don’t Care e Headed for a Hearse) e in un cosiddetto «delitto impossibile» in Murder in the Madhouse, per non contare Black Is the Fashion for Dying (La bara di visone, 1959), in cui Crane e i suoi amici ubriaconi non compaiono, ma un bel rompicapo giallo sì.

Probabilmente, quindi, il segreto del successo di Latimer risiede nel fatto che i suoi romanzi sono autentici minestroni in cui lettori di inclinazioni le più disparate possono ugualmente trovare motivi di loro interesse. Un po’ di sana Scuola dei Duri? Certo, come no. Un enigma apparentemente insolubile? Eccolo in arrivo. Un investigatore simpatico, spaccone, dotato di incredibili capacità d’intuizione e di un particolare interesse, nell’ordine, per l’alcol, per le donne e per truccare le note spese? Pronto in tavola. Il ritratto di un’epoca e un modo di vivere ormai scomparsi, dove il politicamente scorretto era una regola e nessuno si vergognava di essere ricco (i ricchi, appunto), né di farsi una canna (l’esilarante scena dei musicisti nel retro del ristorante, in The Lady in the Morgue) né, tanto meno, di bere come spugne (quasi a voler celebrare la fine del Proibizionismo).

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Latimer non è un purista, non c’è dubbio. E forse è proprio questo il motivo per cui ancora oggi suona così contemporaneo. Mescola i generi, mescola i romanzi altrui per vedere cosa viene fuori, proprio come uno dei beveraggi preferiti da Crane (mezzo Falcone Maltese e mezzo Piombo e Sangue, ed ecco spuntare La vigna di Salomone). E che fosse un grande scrittore lo sapevano tutti, anche a Hollywood: pochissimi autori come Latimer hanno avuto la possibilità di affrontare, riaggiustare, rimaneggiare le opere di colleghi ben più famosi. Hammett (The Glass Key, 1942), Fearing (The Big Clock, 1947), l’originale e sottovalutato David Dodge (Plunder of the Sun, 1953), Erle Stanley Gardner, Earl Derr Biggers (alcuni film della serie dedicata a Charlie Chan), Cornell Woolrich (The Night Has a Thousand Eyes, 1948). Ben 10 dei 21 film sceneggiati da Latimer sono stati diretti da John Farrow, il padre di Mia, e quattro interpretati da Ray Milland, il solido attore gallese che, nel 1959, sarà anche il protagonista della serie Tv Markham, in cui soggetti e sceneggiature erano, ancora una volta, affidati a Latimer.

«Eh, Jack Latimer. . .» sbottò una volta Raymond Chandler, di ritorno da una festa a casa del collega, dove si era recato, come suo solito, controvoglia. «Lui sì che conosce tutti a Hollywood, e sta simpatico a tutti. Mica come me…»

Nell’archivio della Geisel Library, alla University of California, San Diego, è conservata la Special Collection di Jonathan Latimer: «due scatole,» recita la schedatura, «che occupano uno spazio lineare di 16 centimetri. In esse è compresa una piccola raccolta di appunti, abbozzi, stesure, soggetti e sceneggiature, il tutto in ordine alfabetico per titolo.» In mezzo a materiale vario – soggetti mai realizzati, sceneggiature archiviate, addirittura una commedia in tre atti – salta subito all’occhio un titolo, Double Indemnity. «Sceneggiatura con correzioni a matita». Niente, da nessuna parte, indica che Latimer, nel 1943, abbia lavorato con Billy Wilder e Raymond Chandler alla sceneggiatura della Fiamma del peccato. Dopo qualche ricerca, però, salta fuori che esiste una seconda versione del romanzo di Cain, un film per la Tv girato nel 1973 da Jack Smight con Richard Crenna e Samantha Eggar nelle parti che furono di Fred McMurray e Barbara Stanwyck. È a questa versione che ha collaborato Latimer, riscrivendo – tanto per cambiare – la sceneggiatura di Stephen Bochco, uno dei principali autori di Columbo. Dovrebbe trattarsi, salvo errori, del suo ultimo incarico professionale.

E, per mettere la parola fine a una lunga e onorata carriera di arrangiatore, cosa c’è di meglio che riscrivere Cain e Chandler in un colpo solo ?

1 commento

  JONATHAN LATIMER « LAST OF THE INDEPENDENTS wrote @

[…] Il pezzo è abbastanza lungo (ma, visto che è Natale, forse avrete più tempo per leggere), e lo trovate qui. […]


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