CORRI, UOMO, CORRI
CHESTER HIMES
traduzione di Luca Conti
Ormai era il ventotto dicembre, e ancora non era riuscito a smettere di bere. Anzi, era più sbronzo di prima.
Un vento gelido e tagliente come un rasoio fischiava giù per la Quinta Avenue, gli gonfiava il soprabito e gli scalfiva le costole. Ma di abbottonarsi la giacca non gli passava neanche per la testa. Era troppo ubriaco per farci caso.
Barcollò in direzione nord, verso la Trentasettesima Strada, dritto nelle fauci del vento, imprecando come un ossesso. Tra una folata e l’altra, il volto affilato e arcigno gli si era fatto paonazzo, mentre gli occhi azzurro chiaro avevano un che di spiritato. Dava di se stesso un’immagine davvero terrificante, col suo bestemmiare a vanvera.
Quando raggiunse la Trentasettesima si accorse che dall’ultima volta che era passato di lì c’era qualcosa di diverso. Ma quando fosse stata, quell’ultima volta, proprio non riusciva a ricordarselo. Gettò un’occhiata all’orologio per tentare di capirci un po’ di più. Erano le 4 e 38 del mattino. Per forza la strada era deserta, pensò. Bastava avere un briciolo di buon senso per restarsene a letto, a un’ora del genere, a scaldarsi con una bella donna.
Capì di cosa si trattava: avevano spento le luci della tavola calda Schmidt e Schindler, quella sull’angolo, dove al suo precedente passaggio aveva visto al lavoro gli uomini delle pulizie, qualunque ora fosse. Si ricordava benissimo delle luci al soffitto, lasciate accese proprio per gli inservienti. E adesso non c’era più nessuno.
S’insospettì all’istante. Tentò le porte a vetri piazzate in diagonale, proprio sul cantone. Ma le trovò chiuse. Schiacciò il viso contro la vetrata sulla strada. Le luci dell’albero di Natale della Lord & Taylor si riflettevano sulle superfici d’acciaio inox delle cucine e sui banconi in materiale plastico. Il suo sguardo frugò tra le grosse, scintillanti cuccume di caffè, i contenitori di minestra calda, i tostapane, i recipienti per il latte e i succhi di frutta e gli scomparti refrigerati, per cadere poi sul pavimento in linoleum su entrambi i lati del bancone. Nessun segno di vita.
Pestò sulla porta e ne scrollò la maniglia. «Apritela, questa cazzo di porta!» gridò.
Nessuno si fece vivo.
Sbirciò dietro l’angolo, verso l’entrata di servizio sulla Trentasettesima.
Vide il negro nello stesso preciso istante in cui il negro vide lui. Il negro indossava uno spolverino marrone di tela a coprire una divisa di cotone blu, guanti bianchi da lavoro e un feltro scuro. In mano teneva qualcosa.
Capì all’istante che il negro era un uomo delle pulizie. Ma la vista di un negro lo convinse all’istante che la sua macchina era stata rubata, non certo smarrita. Non avrebbe saputo dire il perché, ma di colpo ne fu certo.
Ficcò la mano destra all’interno del soprabito e barcollò in avanti.
La reazione del negro fu altrettanto improvvisa, ma del tutto diversa. Arrivano i guai, pensò d’istinto alla vista di quel bianco ubriaco che gli veniva incontro traballante. Ogni volta che sto per uscire a scaricare la spazzatura c’è sempre un ubriacone bianco del cazzo in cerca di guai.
Era solo. Il suo collega Jimmy, che lo stava aiutando con l’immondizia, era sceso nel seminterrato a piazzare i bidoni sul montacarichi. E il terzo inserviente, Fat Sam, doveva essere andato nella cella frigorifera a prendere qualche pollo da mettere sulla griglia per colazione. Da lì, anche con lo sfiatatoio spento, non sarebbe stato in grado di sentire le sue eventuali grida. Lo stesso valeva per Jimmy, giù dabbasso com’era. E quel bianco del cazzo aveva già cominciato ad agitare la pistola, neanche fosse uno sceriffo dell’Alabama. Il tempo di riuscire a procurarsi aiuto, ed eccolo già morto stecchito.
Afferrò il pesante cavo collegato alla scatola dell’interruttore e se lo passò attorno al polso, a mo’ di arma rudimentale. Se quel figlio di puttana mi spiana la pistola addosso, pensò, gli finisco questo sulla testa fino a ridurgliela in pappa.
Ma gli bastò un’altra occhiata per cambiare idea. Da quando sono qui, questa è la terza volta che un bianco del cazzo mi punta una pistola contro, si ritrovò a pensare. Devo mollarlo, questo lavoro, se riesco a sfangarmela e non mi succede niente, e trovarmi un posto in un negozio dove ci lavora anche altra gente, com’è vero che il mio nome è Luke Williams.
Perché questo bianco sembrava pericoloso. Non come altri ubriaconi bianchi, che erano dei semplici rompicoglioni cacasotto. Questo bianco sembrava davvero stronzo. Sembrava capace di sparare a un nero così, tanto per passare il tempo. Sulla nuca teneva in precario equilibrio un cappello con la tesa morbida, e un ciuffo di capelli giallastri gli pendeva sulla fronte. Anche da lontano, Luke ne aveva intravisto il volto paonazzo e lo sguardo vacuo e sbarellato.
Il bianco barcollò ancora, per poi fermarsi a distanza assai ravvicinata e iniziare a ondeggiare avanti e indietro, a gambe larghe. La mano, la teneva ancora all’interno del soprabito. Non disse una parola, ma continuò a fissare Luke con occhi sfocati. La bocca semiaperta eruttava vapori di whisky.
Luke cominciò a sudare, anche se quello che aveva addosso era soltanto uno spolverino di cotone. Vent’anni di turno di notte gli avevano insegnato che a quell’ora, giù in centro, a un uomo di colore gliene potevano capitare di tutte.
«Ehi, amico, guardi che non voglio guai,» disse con tono conciliante.
«Non ti muovere!» sbottò il bianco con voce incerta. «Se ti muovi sei morto.»
«Non ho intenzione di muovermi,» fece Luke.
«Cos’è che hai in mano?»
«Soltanto l’interruttore del montacarichi,» rispose nervoso Luke.
Da sotto il soprabito, il bianco trasse lentamente un revolver e lo puntò allo stomaco di Luke. Era una calibro 38 regolamentare, di quelle in dotazione agli agenti di polizia.
La voce di Luke si fece disperata. «Sono solo uscito a mandar su il montacarichi con la spazzatura. E questo è soltanto l’interruttore di sicurezza.»
Il bianco gettò una breve occhiata ai battenti pieghevoli di metallo sopra cui si era piazzato. Luke accennò un gesto impercettibile verso la presa di corrente alla parete. Il bianco alzò lo sguardo appena in tempo per accorgersene.
«Non ti muovere!» ripeté minaccioso.
Luke si fermò di colpo, evitando anche di sbattere gli occhi.
«Mollalo!» ordinò il bianco.
Un brivido corse giù per la schiena di Luke. Con estrema cautela, l’uomo delle pulizie si svolse il cavo dal polso e lasciò cadere la scatola dell’interruttore sui battenti metallici. Il clangore lo fece quasi uscire di senno.
«Dovrei spararti nelle budella, strisciante figlio di puttana,» disse il bianco con voce ancor più minacciosa.
Già l’aveva visto, Luke, un uomo delle pulizie preso a revolverate da un rapinatore. Tre colpi nello stomaco, si era beccato. Gli tornò in mente come si fosse afferrato il basso ventre con le mani, quel suo collega, per poi piegarsi in due come in preda a un attacco di crampi. Sentì il sudore che gli grondava negli occhi, le ginocchia vacillare e le gambe prendergli a tremare, neanche gli avessero già sparato.
«Non ho neppure un centesimo, mister, lo giuro.» Sentiva la sua stessa voce farsi lamentosa e implorante. «E neanche là dentro ci sono più soldi. Quando chiudono, alle nove, si portano via…»
«Chiudi il becco, brutto figlio di puttana,» tagliò corto il bianco. «Sai bene di cosa parlo. Sei arrivato un’ora fa e hai preso in mano quell’interruttore per sviare i sospetti, mentre il tuo complice andava a rubarmi la macchina.»
«Rubarle la macchina!» esclamò Luke, stupefatto. «Nossignore, mister, lei prende un granchio.»
«Allora dov’è l’immondizia?»
D’un tratto, Luke capì che l’uomo faceva sul serio, e decise di scegliere le parole con estrema cautela. «Il mio collega è giù nel seminterrato a sistemare i bidoni sul montacarichi. Quando l’ha riempito, mi fa segno che è tutto pronto. Io infilo la spina nella presa e spingo il pulsante. Così non c’è rischio di farsi male.»
«Stai mentendo. Eri qui già da prima.»
«Nossignore, mister. Lo giuro davanti a Dio. Questa è la prima volta che me ne esco, questa sera. Neanche l’ho vista, la sua macchina.»
«Li conosco bene, quelli come voi,» disse il bianco con tono sgradevole. «Non fate altro che passare informazioni ai ladri veri, su a Harlem, e gli fate anche da palo.»
«Guardi, mister, la prego, perché non chiama la polizia e denuncia il furto della macchina?» implorò Luke. «Glielo diranno loro che siamo gente onesta, noi inservienti.»
Il bianco si frugò nella tasca sinistra dei calzoni, e ne estrasse un pieghevole in pelle, foderato in velluto, che conteneva il suo badge di agente investigativo.
«Guarda un po’ qui,» disse. «Sono io la polizia.»
«Oh no,» si lamentò Luke, ormai senza speranza. «Ascolti, capo, forse la sua macchina l’ha parcheggiata sulla Trentacinquesima, oppure sulla Trentanovesima. Hanno il senso di marcia uguale a questa. È facile sbagliarsi.»
«Lo so dove ho parcheggiato la macchina. Proprio qui di fronte. E tu lo sai bene che fine ha fatto,» incalzò il detective.
«Capo, mi stia a sentire, magari Fat Sam ne sa qualcosa,» disse Luke con mossa disperata. «Fat Sam è quello che lava i pavimenti.» S’immaginava che Fat Sam sapesse cavarsela meglio di lui, con gli ubriachi. Era uno che aveva un bel repertorio di fesserie da Zio Tom, e gli stessi bianchi che non si fidavano di un negro segaligno come Luke erano sempre convinti dell’onestà di Fat Sam. «Stava passando lo straccio sul pavimento proprio da quella parte, e ci sta che abbia visto qualcosa.» Gli bastava farlo entrare nel locale, quello sbirro, e Fat Sam doveva solo fargli buttar giù un po’ di caffè caldo. Forse, allora, sarebbe tornato in sé.
«Dove sta questo Fat Sam?» chiese sospettoso il detective.
«Nella cella frigorifera,» rispose Luke. «Entri pure da questa parte, e lo troverà dall’altra parte della dispensa. Magari la porta è chiusa – la porta della cella frigorifera, intendo – ma di sicuro lui è là dentro.»
Il detective gli rifilò un’occhiataccia. Sapeva benissimo che Fat Sam, nel gergo di Harlem, era anche il nomignolo che si dava al becchino, ma quel negro gli sembrava troppo spaventato per prenderlo per il culo. «Sarà meglio per lui, che sappia qualcosa,» si limitò a dire.
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[...] visto che i diritti della traduzione sono tornati al sottoscritto, metto in rete il primo capitolo. Se vi incuriosisce, forse potete ancora trovare il volume in qualche [...]
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