CITY HALL: il primo capitolo

Robert Rotenberg, City Hall

traduzione di Luca Conti

Con enorme stupore della sua famiglia, a mister Singh non dispiaceva affatto consegnare i giornali. Impossibile credere che Gurdial Singh, ex capotreno delle Indian Railways – la più grande azienda di trasporti al mondo – si recasse così volentieri, alle 5:05 di ogni mattina, a recapitare i quotidiani agli abbonati. Di lavorare, non aveva bisogno. Ma era stata una sua scelta ben precisa, fin dal giorno in cui era arrivato a Toronto, quattro anni prima. E non significava niente il fatto che quel giovedì ne avrebbe compiuti settantaquattro. Certo, era proprio un lavoretto da niente; almeno questo, mister Singh aveva dovuto ammetterlo, in presenza della moglie Bimal e delle tre figlie. Ma a lui piaceva.

Ecco perché lunedì diciassette dicembre – un mattino di primo inverno, freddo e ancora buio – mister Singh camminava di buon passo canterellando tra sé una vecchia canzone hindi.

Entrò nell’atrio rivestito in marmo della Market Place Tower, un palazzo residenziale di lusso su Front Street, e salutò con la mano mister Rasheed, il portiere di notte. Le copie del Globe and Mail erano impilate proprio dietro la porta, accanto a un minuscolo abete natalizio di plastica. Che strano, usare alberi di plastica in un Paese così pieno di foreste, pensò mister Singh tirandosi su i calzoni di flanella grigia e chinandosi a tagliare col temperino lo spago che legava i giornali. Ciò fatto, suddivise le copie in dodici mucchietti, uno per ciascun piano del suo giro di consegne. Era stato facile imparare a memoria chi, tra gli abitanti del palazzo, dovesse ricevere il giornale, così come era altrettanto semplice percorrere i corridoi deserti e lasciar cadere le copie davanti alle rispettive porte.

Apprezzava molto quella solitudine. Così diversa dal fracasso di Delhi. Nel raggiungere l’ultimo piano, mister Singh sapeva già che avrebbe incontrato l’unica persona già sveglia a quell’ora, mister Kevin chissàcosa. Non riusciva mai a ricordarne il cognome, anche se si trattava di una delle persone più famose di tutto il Canada. E mister Kevin sarebbe già stato sulla soglia ad aspettare con ansia l’arrivo del giornale, infagottato nel suo accappatoio logoro, una sigaretta seminascosta nella mano destra e una tazza di tè nella sinistra, grattandosi con la spalla la barba grigia.

Mister Kevin era il conduttore mattutino di un programma radiofonico a diffusione nazionale. Ci aveva provato un sacco di volte ad ascoltarlo, mister Singh, ma non facevano altro che blaterare di come si pesca nel Newfoundland, dei violinisti folk nella Ottawa Valley e della situazione dell’agricoltura nelle grandi praterie. Buffi tipi, ’sti canadesi. Vivevano quasi tutti in città, ma non facevano altro che parlare di campagna.

Mister Kevin, a dispetto della sua aria scarruffata, era un vero signore. E anche un po’ timido. A mister Singh faceva un certo piacere la loro conversazione quotidiana.

«Buongiorno, mister Singh,» diceva sempre mister Kevin.

«Buongiorno, mister Kevin,» rispondeva sempre mister Singh. «Come sta la sua bella signora?»

«Sempre più bella ogni giorno che passa, mister Singh,» ribatteva sempre mister Kevin. Poi s’infilava la sigaretta in bocca, apriva la mano e porgeva una fetta d’arancia a mister Singh.

«Grazie, mister Kevin,» diceva sempre mister Singh, consegnando il giornale a mister Kevin.

«Appena tagliata,» precisava sempre mister Kevin.

A questo punto i due uomini parlavano brevemente di giardinaggio, di cucina o di tè. Mister Kevin non sembrava mai avere fretta, malgrado tutto quel che di sicuro gli passava per la testa. I loro dialoghi non erano altro che un gesto di cortesia e rispetto reciproco a un’ora improponibile. Un semplice fatto di buona educazione.

Ci vollero i consueti venticinque minuti, a mister Singh, per completare il suo giro e raggiungere il dodicesimo piano, occupato da due soli appartamenti. Quello di mister Kevin, il 12A, era sulla sinistra girato l’angolo, quasi in fondo a un lungo corridoio. L’altra copia del quotidiano – l’ultima della consegna – andava invece all’occupante dell’appartamento di destra, un’anziana signora che viveva sola.

Mister Singh arrivò alla porta di mister Kevin che, come di consueto, era semiaperta. Ma dell’uomo nessuna traccia. Potrei anche lasciarglielo qui, il giornale, pensò mister Singh. Però dovrei rinunciare alla nostra conversazione quotidiana.

Decise di aspettare un attimo. Senza bussare, figuriamoci; sarebbe stato un segno di autentica maleducazione. Canterellando appena più forte, strascicò i piedi sul pavimento nella speranza che il rumore indicasse la sua presenza. Ma nessuno si fece vivo.

Esitò. La sua mentalità tecnica gli faceva apprezzare la routine delle cose. L’ordine. Gli tornò in mente il giorno in cui il professore di matematica, al primo anno di liceo, aveva spiegato in classe che le rette parallele non esistono, che sono comunque destinate a incontrarsi a causa della sfericità della Terra.

Mister Singh non ci aveva dormito per una settimana.

Dall’interno dell’appartamento giunse un rumore. Un rumore insolito, sordo. Che strano. Poi una porta che si chiudeva. Bene, pensò mister Singh restando in attesa. Ma non ci fu altro che silenzio. Forse era il caso di andarsene.

Invece prese il giornale di mister Kevin e lo lasciò cadere sul parquet, proprio davanti alla porta. Il quotidiano piombò a terra con un tonfo; in questo modo, pensò mister Singh, capiranno che c’è qualcuno sulla soglia. Non gli era mai capitato niente del genere.

Dall’interno giunse un altro rumore. Più lontano. Dei passi, forse? Che doveva fare? Non certo entrare in casa, poco ma sicuro.

Mister Singh non si mosse. Infine abbassò gli occhi sulla prima pagina del giornale. Recava la foto di un giocatore di hockey su ghiaccio con le braccia levate al cielo, e un articolo sui Toronto Maple Leafs, la squadra della città. Perché era scritto sbagliato, quel nome? Leafs e non Leaves? E la foglia sulla felpa del giocatore era azzurra. Mister Singh ne aveva viste in quantità, di foglie d’acero, ma erano sempre rosse e gialle, non certo azzurre.

Finalmente udì dei passi muoversi verso la porta. Mister Kevin entrò nel vestibolo, il solito accappatoio sulle spalle, e spalancò la porta. Mister Singh la udì colpire con dolcezza il fermo.

Ma dov’era la sigaretta? E il tè? Mister Kevin si guardava le mani, si sfregava le dita. Sui polpastrelli, notò mister Singh, aveva qualcosa di rosso.

Ne fu quasi contento. Arance sanguinelle. Erano una delle sue passioni, in India, e da poco aveva scoperto che in quella stagione arrivavano anche in Canada. Forse mister Kevin ne aveva giusto tagliata una.

Mister Kevin sollevò le mani verso la luce, e in quel momento mister Singh capì benissimo che quel liquido rosso era denso e corposo e non aveva niente a che fare col succo di un’arancia.

Il cuore gli prese a battere all’impazzata.

Era sangue.

Mister Singh aprì la bocca per dire qualcosa, ma mister Kevin non gliene lasciò il tempo. «L’ho uccisa, mister Singh,» sussurrò, andandogli vicino. «L’ho uccisa.»